Martedì 21 luglio, dalle 20.00 alle 24.00

Allo “Schmidl” di sera rivive in una selezione di cortometraggi dei primi Anni Dieci presentati con un proiettore dell’epoca e accompagnamento musicale dal vivo

La Trieste alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra vive con enorme intensità la stagione del cinema muto, tributando una trionfale accoglienza ai primi grandi lungometraggi: da «Quo vadis», a «Gli ultimi giorni di Pompei», a «Cabiria». Nella città in cui comincia a fiorire una ricca ed articolata programmazione cinematografica, alla proiezione dei fortunati lungometraggi delle origini vengono normalmente riservate le maggiori sale teatrali cittadine. È il caso del Teatro Fenice, dove, tra la fine di giugno ed i primi di agosto del 1913, alle proiezioni del film «Quo vadis» (due nei giorni feriali e tre nei giorni festivi) assistono quasi cinquantamila spettatori. Pochi mesi più tardi, ‘va in scena’ al Teatro Cinema Excelsior la prima triestina di «Gli ultimi giorni di Pompei». Nel 1914, al Politeama Rossetti, la programmazione di «Cabiria», iniziata il 26 giugno, viene interrotta in occasione dell’attentato di Sarajevo, per riprendere nei giorni successivi con una manciata di ulteriori proiezioni. Estensione estiva del percorso espositivo del Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl”, realizzata in collaborazione con La Cappella Underground, l’installazione presso la Sala “Attilio Selva” fa rivivere idealmente quella straordinaria stagione attraverso una selezione, illustrata dal critico cinematografico Carlo Montanaro, di quella altrettanto straordinaria stagione del cinema delle origini.

Il cartellone degli eventi musicali di questa edizione dello «Schmidl di Sera», presso la Sala Bazlen, con inizio alle 21.30, propone – per l’appuntamento di martedì 21 luglio – un ulteriore approfondimento sul tema LA GRANDE TRIESTE AL CINEMA, nel segno della collaborazione con Casa della Musica / Scuola di Musica 55 e La Cappella Underground. Messi disposizione dalla Cineteca del Friuli, selezionati e illustrati da Paolo Venier, vengono presentati alcuni cortometraggi dei primi Anni Dieci, con una macchina da proiezione coeva e con l’accompagnamento musicale realizzato da vivo dal pianista Marco Ballaben. Sfilano così in successione «Grado e la Laguna di Aquileja» (1910), «Cretinetti e l’ago» (1911), «Cenerentola» (1913), «Le corse di cavalli a Mirafiori» (1910), «Kri Kri e Checco al concorso di bellezza», per finire con i «Funerali dell’Arciduca Francesco Ferdinando» (1914), ossia con quei funerali che non solo furono all’origine dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, ma determinarono l’interruzione delle proiezioni triestine di «Cabiria» al Politeama Rossetti.

Co-protagonista dell’evento è il proiettore “Pathé-Renforcé”. Prodotto da Continsouza, la più diffusa fabbrica di proiettori per cinema muto, il proiettore Pathé fa la sua apparizione nel 1905. Per tutti gli Anni Dieci è considerato come uno dei più perfetti e la sua produzione, con modifiche e miglioramenti, arriva fino ai primi Anni Venti. Utilizza pellicole 35 mm con perforazione “Edison”. Il film viene fatto girare azionando la manovella, ma alcuni modelli erano già predisposti per l’uso con motore elettrico. L’avanzamento intermittente della pellicola avviene mediante una “croce di Malta” in bagno d’olio. Il proiettore è dotato di dispositivo antincendio a caduta e scatole parafuoco per contenere le bobine di pellicola infiammabile. L’illuminazione è generata da una lanterna con lampada ad incandescenza o da un arco voltaico a seconda della grandezza dell’immagine da proiettare e del luogo di utilizzo. Il dispositivo esposto risale al 1913 e proviene dalla raccolta del collezionista triestino Edvino Millo. È stato restaurato e reso funzionante da Paolo Venier.

L’originale performance cinematografico-musicale di Paolo Venier e Marco Ballaben, è incorniciata da una doppia visita, a cura di Stefano Bianchi, (con inizio alle 20.15 e alle 23.00), dal titolo «LA VESTE DELLA VOCE: la collezione di costumi teatrali del Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl”».
Che cosa hanno in comune la grande Fedora Barbieri, mezzosoprano triestino acclamato nei decenni centrali del Novecento sui palcoscenici del mondo intero, con il baritono Giuseppe Kaschmann, nato a Lussino nel 1850 e scomparso a Roma nel 1925? Non soltanto il fatto di aver avuto entrambi, a quasi un secolo di distanza, una luminosissima carriera internazionale, ma anche che i loro costumi di scena si possono oggi ammirare nelle sale espositive dello “Schmidl”. Vedere questi abiti significa ridare sostanza anche visiva a quelle straordinarie voci, consegnate alla storia dell’interpretazione vocale da una discografia pionieristica ed estremamente circoscritta nel caso di Kaschmann, sontuosamente ampia e diversificata nel caso della Barbieri. Ma significa anche riandare con la memoria ad un’epoca in cui i grandi cantanti, nel momento in cui si mettevano un ruolo in repertorio si facevano confezionare il proprio abito di scena per dar voce a quel personaggio, nei teatri di tutta Europa e d’Oltreoceano.

Le proposte in programma vengono offerte gratuitamente ai visitatori in possesso del normale biglietto di ingresso al Museo (intero euro 4,00; ridotto euro 3,00; gratuito per i bambini fino a 6 anni non compiuti).