6 marzo – 10 maggio 2015
martedì-domenica 10-17
dall’1 aprile 10-18
ingresso libero

Si inaugura giovedì 5 marzo, alle ore 16.30, nella Sala “Attilio Selva” di Palazzo Gopcevich (via Rossini 4) la mostra DONNE NELLA GRANDE GUERRA.

Realizzata dai Musei Provinciali di Gorizia in collaborazione con “Museum 1915-18 Vom Ortler bis zur Adria”, “Dolomitenfreunde – Amici delle Dolomiti” ed “èStoria – Festival Internazionale della Storia”, l’esposizione si arricchisce, in questo allestimento triestino, di una sezione a cura della Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte.
Partendo dalla condizione delle donne agli inizi del Novecento, dopo un rapido sguardo sui movimenti di emancipazione femminile che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, iniziano a farsi sentire soprattutto nei paesi economicamente avanzati, l’esposizione racconta l’imponente ruolo delle donne durante il primo conflitto mondiale.
Con la mobilitazione e con il rapido incremento delle perdite un numero sempre maggiore di uomini fu chiamato alle armi e dovette lasciare il proprio posto di lavoro. Furono le donne che, oltre ai propri doveri familiari, sostituirono gli uomini nei posti rimasti vacanti, in occupazioni fino ad allora esclusivamente maschili: operaie nelle fabbriche, guidatrici di tram, postine, vigili del fuoco, operaie forestali. Molte si impegnarono in organizzazioni volontarie di soccorso, si dedicarono alla cura dei feriti e degli ammalati. Altre furono militarizzate e utilizzate tanto in uffici quanto in lavori pesanti come nel caso delle portatrici. In rari casi parteciparono anche direttamente ai combattimenti.
In particolare in Austria-Ungheria ragazze e donne furono impiegate al fronte su base volontaria per raccogliere informazioni, per il rifornimento di viveri ai combattenti, per sostituire in uffici civili e militari gli uomini che erano al fronte. Fu in particolare nelle fabbriche e, tra queste, nelle fabbriche di esplosivi e munizioni, che le donne vennero impiegate in modo massiccio.
La manipolazione di sostanze chimiche velenose con cui si preparavano gli esplosivi provocò gravi problemi di salute che furono sottovalutati. La mortalità tra le operaie era molto alta per gli incidenti dovuti alla mancanza di norme di sicurezza imposta dall’obbligo di aumentare e velocizzare al massimo la produzione. Lo stato di semischiavitù in cui si trovarono a vivere le maestranze nelle fabbriche, militarizzate e sottoposte alle leggi di guerra, impediva ogni azione a tutela della salute e della sicurezza, o a difesa del salario, bollata subito come sovversiva e disfattista di fronte ai supremi interessi del paese.
Ma la guerra costrinse anche alla fuga centinaia di migliaia di civili dalle zone di guerra: si trattava di donne con vecchi e bambini che negli anni del conflitto percorsero l’Europa nella speranza di trovare un posto più sicuro dove fermarsi e dove trovare come sopravvivere. In tanti si rifugiarono nelle città dove le condizioni di vita si facevano di giorno in giorno peggiori con i generi alimentari razionati e la penuria di ogni genere di merci. Il doppio impegno in casa e al lavoro con un salario sempre più basso di quello degli uomini, l’impossibilità di seguire l’educazione dei figli, costrinse le donne a cambiare sostanzialmente il loro stile di vita. Contemporaneamente nascevano anche una nuova consapevolezza e indipendenza derivate dal ruolo attivo che le donne avevano assunto negli anni del conflitto anche se con la fine della guerra, con la riconversione ad uso civile dell’industria e le generali difficoltà economiche molte donne persero il loro posto di lavoro.
Inoltre, particolarmente pesante era la situazione delle vedove e delle mogli dei tanti soldati che rientrarono invalidi dalla guerra e quindi impossibilitati a trovare un lavoro. Le donne uscirono quindi dall’esperienza della guerra con maggiore fiducia in sé stesse e, allo stesso tempo, con la convinzione che nulla sarebbe stato più come prima. La strada verso l’emancipazione, però, non era ancora tutta percorsa.